ALGANESH FESSAHA E' LA "DONNA PER LA PACE" DEL XIII PREMIO SEMPLICEMENTE DONNA
Conosciamo meglio Alganesh Fessaha, fondatrice e presidente dell’ONG Ghandi con cui, nel corso degli anni, ha salvato migliaia di vite dal traffico di esseri umani. Impegnata in diversi paesi dell’Africa, dell’Europa e dell’India, sul palco del Teatro “Mario Spina” di Castiglion Fiorentino, il prossimo 21 novembre, ritirerà il Premio Internazionale Semplicemente Donna nella categoria “Donna per la pace”.
Nata nel 1950 a Zazzega, un piccolo paese dell’Eritrea, Alganesh Fessaha si trasferisce, ancora bambina, ad Asmara, dove vive fino al liceo. Da oltre quarant’anni in Italia, dove ha studiato Scienze Politica all’Università Cattolica di Milano, fonda nel 2003 la Ghandy Charity, un’associazione nata dall’unione di un gruppo di medici, professori universitari e avvocati, e rivolta al sostegno di bambini, adolescenti e donne attraverso progetti di assistenza in diversi paesi del mondo. Il suo impegno è rivolto, in particolare, alle migliaia di persone che, in fuga dalla leva obbligatoria e dai lavori forzati del regime eritreo di Isaias Afewerki, diventano vittime del traffico di esseri umani.
Cercando di sfuggire ai regimi dittatoriali dei Paesi d’origine, i migranti vengono, infatti, catturati dai trafficanti e reclusi nella penisola del Sinai, in Libia e in Sudan, in quelli che Alganesh, specializzata in Medicina Ayurveda, definisce veri e propri “lager”. Tenuti in prigionia in condizioni di vita inumane (da lei descritte nel suo libro “Occhi nel deserto”) allo scopo di ottenere un riscatto da parte delle famiglie, vengono sfruttati come leva per spingere i famigliari a cedere al pagamento. In caso di mancata corrispondenza, il guadagno economico è raggiunto attraverso lo sviluppo di una rete di traffico illegale di organi.
Nei numerosi viaggi nelle zone interessate, Alganesh è riuscita a salvare migliaia di persone grazie all’aiuto di uno sceicco salafita, Awwad Mohamed Ali Hassan. Dal giorno del loro incontro, avvenuto in un’occasione di grande rischio, i due hanno portato a termine numerose missioni, riuscendo a scarcerare, senza pagare alcun riscatto, migliaia di uomini. Neanche la violenza è riuscita a spezzare la sua determinazione: nonostante le ossa rotte e le minacce, Alganesh è tornata più volte in quei luoghi e continua ad essere riferimento per le famiglie delle migliaia di eritrei tuttora ufficialmente scomparsi.
Molto forte è anche il suo legame con l’isola di Lampedusa, dove è accorsa in più occasioni a seguito delle tragedie che hanno coinvolto i migranti. È qui che, oltre ad assistere i sopravvissuti e a fornire sostegno alle famiglie, la donna ha denunciato la presenza di ambasciatori del governo eritreo, incaricati dalla polizia e dai carabinieri italiani di fare da interpreti per raccogliere le testimonianze dei superstiti. Lei stessa si è opposta a questo nuovo tentativo di prigionia, all’annichilimento del coraggio, della dignità, della vita di quei pochi che erano riusciti a raggiungere le nostre coste.
Proprio in nome del suo impegno, nel 2010 le viene conferito il Premio per la Pace dal Presidente della Regione Lombardia; 2013 viene, invece, insignita dell’Ambrogino d’oro, massima benemerenza civica milanese, mentre il 6 marzo 2015, le vengono dedicati un albero e un cippo al Giardino dei Giusti del Monte Stella di Milano. Nello stesso anno, riceve il Premio “Roland Berger” per la dignità umana a Berlino, e il suo nome viene incluso nel Giardino dei Giusti. Nominata dal Presidente Mattarella, Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana “per il suo impegno nella lotta al traffico di esseri umani e nell’assistenza ai profughi", nel 2017 le viene assegnato il Premio “Incontro tra i Popoli”, nel 2019 il Premio Internazionale Empedocle per le Scienze Umane in memoria di Paolo Borsellino, e nel 2020 il Premio Internazionale Bonifacio VIII "per una cultura di pace”.























































